Josemaría Escrivá Obras
 
 
 
 
 
 
  È Gesù che passa > Cristo presente nei cristiani > Punto 113
113

La considerazione della dignità della missione cui Dio ci chiama, può far sorgere nell'animo umano la presunzione, la superbia. Ci può accecare una falsa coscienza della vocazione cristiana, che ci fa dimenticare che siamo di fango, che siamo polvere e miseria; ci fa dimenticare che il male non è solo nel mondo, intorno a noi, ma anche dentro di noi e si annida nel nostro stesso cuore, rendendoci capaci di ogni bassezza ed egoismo. Solo la grazia di Dio è roccia ben ferma; noi siamo sabbia, e sabbia mobile.

Se diamo uno sguardo alla storia degli uomini o alla situazione attuale del mondo, ci addolora vedere che, dopo venti secoli, sono così pochi gli uomini che si chiamano cristiani; e quelli che si onorano di questo nome sono spesso infedeli alla loro vocazione. Anni fa, una persona di buon cuore, ma privo di fede, indicando il mappamondo, mi disse: “Ecco il fallimento di Cristo. Tanti secoli per cercare di introdurre la sua dottrina nella vita degli uomini…ed ecco il risultato: non ci sono cristiani”.

Dinanzi a questo spettacolo non mancano coloro che annunciano il fallimento di Cristo. Ma Cristo non ha fallito: la sua parola e la sua vita fecondano continuamente il mondo. L'opera di Cristo, il compito che il Padre gli ha affidato, si stanno realizzando, la sua forza passa attraverso la storia portando la vera vita e quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15, 28).

In questo lavoro che sta realizzando nel mondo, Dio ha voluto che fossimo suoi cooperatori, ha voluto correre il rischio della nostra libertà. La contemplazione della figura di Gesù nel presepio di Betlemme mi commuove nel profondo dell'anima: è un bambino indifeso, inerme, incapace di offrire resistenza. Dio si consegna nelle mani degli uomini, si avvicina e si abbassa fino a noi.

Gesù Cristo, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (Fil 2, 6-7). Dio si affida alla nostra libertà, alla nostra imperfezione, alle nostre miserie. Permette che i tesori divini siano portati in vasi di argilla, e che li facciamo conoscere mescolando le nostre debolezze umane alla sua forza divina.

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