Josemaría Escrivá Obras
 
 
 
 
 
 
  È Gesù che passa > L'Ascensione del Signore in cielo > Cap. 12
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La liturgia ci fa rivivere, ancora una volta, l'ultimo dei misteri della vita di Gesù tra gli uomini, la sua Ascensione al cielo. Molte cose sono accadute dalla sua nascita a Betlemme: lo abbiamo trovato in una culla, adorato da pastori e da re; lo abbiamo contemplato nei lunghi anni di lavoro silenzioso a Nazaret; lo abbiamo accompagnato per le strade della Palestina, quando predicava agli uomini il Regno di Dio e tutti beneficava. E più tardi, nei giorni della sua Passione, abbiamo sofferto nel vedere le accuse che gli rivolgevano, con che accanimento lo maltrattavano, con quanto odio lo crocifiggevano.

Al dolore ha fatto seguito la gioia luminosa della Risurrezione. Quale fondamento chiaro e incommovibile per la nostra fede! Non dovremmo mai più dubitare. Ma forse, come gli Apostoli, siamo ancora deboli e in questo giorno dell'Ascensione domandiamo al Signore: È questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? (At 1, 6), si dissiperanno finalmente e per sempre le nostre perplessità e le nostre miserie?

Il Signore ci risponde ascendendo al cielo. E noi, come gli Apostoli, restiamo ammirati ma anche un po' tristi costatando che ci lascia. Certo, non è facile abituarsi all'assenza fisica di Gesù. Ed ecco, mi commuovo pensando che, in una finezza d'amore, se ne è andato ed è rimasto; se ne è andato in Cielo e si dona a noi come alimento nell'Ostia Santa. Sentiamo tuttavia la mancanza della sua parola umana, del suo modo di agire, del suo sguardo, del suo sorriso, del suo operare il bene. Vorremmo tornare a osservarlo da vicino, mentre si siede accanto al pozzo, provato dal cammino (cfr Gv 4, 6), quando piange per Lazzaro (cfr Gv 11, 35), quando prega lungamente (cfr Lc 6, 12), quando ha compassione della folla (cfr Mt 15, 32; Mc 8, 2).

Mi è parso sempre logico e mi ha sempre riempito di gioia il fatto che la Santissima Umanità di Gesù sia ascesa alla gloria del Padre; ma penso anche che questa tristezza, peculiare del giorno dell'Ascensione, sia una manifestazione dell'amore che nutriamo per Gesù Nostro Signore. Egli, perfetto Dio, si fece uomo — perfetto uomo — carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. E si separa da noi per tornare al Cielo. Come non sentirne la mancanza?


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Se sappiamo contemplare il Mistero di Cristo e cerchiamo di considerarlo con occhi limpidi, ci renderemo conto che anche ora è possibile avvicinare intimamente Gesù, corpo e anima. Cristo ci ha indicato chiaramente il cammino che passa attraverso il Pane e la Parola: alimentiamoci quindi con l'Eucaristia, e conosciamo e pratichiamo ciò che Gesù venne a insegnarci, conversando con Lui nell'orazione. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (Gv 6, 56). Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. E chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14, 21).

Non sono solo promesse. Sono la sostanza, la realtà intima di una vita autentica: la vita della grazia, che ci spinge a trattare Dio personalmente e direttamente. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore (Gv 15, 10). Queste parole di Gesù, nel discorso dell'ultima cena, sono la migliore introduzione al giorno dell'Ascensione. Cristo sa che è necessario che se ne vada; perché, in un modo misterioso, per noi incomprensibile, dopo l'Ascensione sarebbe venuta — in una nuova effusione dell'Amore divino — la terza Persona della Trinità Beatissima: Vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò (Gv 16, 7).

Se ne è andato e ci manda lo Spirito Santo che guida e santifica la nostra anima. L'opera del Paraclito in noi conferma ciò che Cristo annunciava: noi siamo figli di Dio, noi non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! » (Rm 8, 15).

Vedete? È l'azione della Trinità nelle nostre anime. Se ogni cristiano corrisponde alla grazia che ci porta all'unione con Cristo nel Pane e nella Parola, nell'Ostia Santa e nell'orazione, è ammesso a ospitare Dio che inabita nel più intimo del suo essere. La Chiesa porta ogni giorno alla nostra considerazione la realtà del Pane vivo, a cui dedica due delle grandi feste dell'anno liturgico, il Giovedì Santo e il Corpus Domini. Oggi, nell'Ascensione, intratteniamoci con Gesù, ascoltando attentamente la sua parola.


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Una preghiera al Dio della mia vita (Sal 41, 9). Se per noi Dio è vita, non deve destare meraviglia che la nostra esistenza cristiana debba essere impregnata di orazione. Non dovete però pensare che l'orazione sia come un atto isolato che si compie una volta e poi si abbandona. Il giusto si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte (Sal 1, 2). La mattina il mio pensiero è per te (cfr Sal 62, 7) e la sera s'innalza la mia preghiera come incenso al tuo cospetto (cfr Sal 140, 2). Tutta la giornata può essere tempo di orazione: dalla sera alla mattina, dalla mattina alla sera. E, più ancora, persino il sonno, ci ricorda la Sacra Scrittura, deve essere preghiera (cfr Dt 6, 6-7).

Ricordate che cosa narrano di Gesù i Vangeli. Sovente trascorreva tutta la notte in colloquio intimo con il Padre. Quanto amore suscitò nei primi discepoli la figura di Cristo in orazione! Dopo aver contemplato la preghiera assidua del Maestro, gli domandano: Domine, doce nos orare (Lc 11, 1), Signore insegnaci a pregare come tu fai.

San Paolo — che esorta i fedeli a essere orationi instantes, costanti nella preghiera (Rm 12, 12) — propone ovunque l'esempio vivo di Gesù. E Luca ritrae, in una pennellata, il comportamento dei primi fedeli: Animati da uno stesso spirito, erano tutti perseveranti nella preghiera (At 1, 14).

La tempra del buon cristiano si forgia, con la forza della grazia, nell'orazione. L'alimento della preghiera — come la vita stessa — si sviluppa per molteplici vie. Il cuore si esprimerà abitualmente con le parole in quelle orazioni vocali che ci hanno insegnato Dio stesso — il Padre nostro — o i suoi Angeli — l'Ave Maria —. Altre volte utilizzeremo orazioni affinate dal tempo, nelle quali è stata effusa la pietà di tante generazioni di fratelli nella fede: sono quelle della Liturgia — lex orandi — e quelle nate dall'ardore di cuori innamorati, come tante antifone mariane: Sub tuum praesidium..., Memorare..., Salve, Regina...

Altre volte ci basteranno due o tre parole, lanciate al Signore come iacula — frecce —: sono le giaculatorie. Le impariamo nella lettura attenta della storia di Cristo: Domine, si vis, potes me mundare (Mt 8, 2), Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi; Domine, tu omnia nosti, tu scis quia amo te (Gv 21, 17), Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo; Credo, Domine, sed adiuva incredulitatem meam (Mc 9, 23), credo, Signore, ma aiuta la mia incredulità, rafforza la mia fede; Domine, non sum dignus (Mt 8, 8), Signore non sono degno! Dominus meus et Deus meus (Gv 20, 28), Signore mio e Dio mio!... O sono altre frasi, brevi e affettuose che, motivate da circostanze concrete, scaturiscono dall'intimo fervore dell'anima.

La vita di orazione deve inoltre trovare appoggio su alcuni momenti quotidiani dedicati esclusivamente al rapporto con Dio; momenti di colloquio, senza rumore di parole, accanto al tabernacolo, ogni volta che sia possibile, come a dimostrare gratitudine al Signore — così solo! — per la sua attesa di venti secoli. L'orazione mentale è questo dialogo con Dio, cuore a cuore, in cui interviene tutta l'anima: l'intelligenza e l'immaginazione, la memoria e la volontà. È una meditazione che contribuisce a dar valore soprannaturale alla nostra povera vita umana, alla nostra comune vita quotidiana.

Grazie a questi momenti di meditazione, grazie alle orazioni vocali e alle giaculatorie, sapremo trasformare la nostra giornata, con spontaneità e senza spettacolarità, in una lode continua a Dio. Ci manterremo alla sua presenza, così come gli innamorati rivolgono continuamente il loro pensiero alla persona amata, e tutte le nostre azioni, anche le più piccole, si riempiranno di efficacia spirituale.

Pertanto, quando il cristiano intraprende il cammino del rapporto ininterrotto con il Signore — ed è un cammino per tutti, non una via per privilegiati — la vita interiore cresce sicura e salda; e si consolida nell'uomo quella lotta, amabile ed esigente ad un tempo, necessaria per realizzare fino in fondo la volontà di Dio.

Partendo dalla vita di orazione, possiamo comprendere l'altro tema che la festa di oggi ci propone: l'apostolato, rendere operanti le indicazioni che Gesù comunica ai suoi poco prima di ascendere al cielo: Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra (At 1, 8).


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Con la meravigliosa semplicità delle cose divine, l'anima contemplativa trabocca in sollecitudine apostolica: Ardeva il mio cuore dentro di me; il fuoco divampa nella mia meditazione (Sal 38, 4). Quale altro fuoco, se non lo stesso fuoco di cui parla Cristo? Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che cosa posso desiderare se non che arda? (cfr Lc 12, 49). Fuoco d'apostolato che si alimenta nell'orazione. Per condurre ovunque sulla terra la battaglia di pace cui ogni cristiano è chiamato a partecipare, non c'è mezzo migliore che questo: compiere quel che rimane a Cristo da patire (cfr Col 1, 24).

Gesù è salito al Cielo, dicevamo. Ma il cristiano può, nell'orazione e nell'Eucaristia, trattarlo come lo trattarono i primi dodici e infiammarsi del suo zelo apostolico per compiere con Lui un servizio di corredenzione, che è una semina di pace e di gioia. Servire, dunque, perché l'apostolato non è che questo. Se facciamo affidamento soltanto sulle nostre forze, non otterremo alcun frutto soprannaturale; ma facendoci strumenti di Dio, otterremo tutto: Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4, 13). Dio, nella sua infinita bontà, ha stabilito di utilizzare degli strumenti inetti. E l'apostolo non ha altra scelta che lasciare agire il Signore, offrendosi, interamente disponibile, affinché Dio realizzi — servendosi delle sue creature, dell'anima prescelta — la sua opera salvifica.

È apostolo il cristiano che si sente innestato in Cristo, identificato con Cristo a motivo del suo Battesimo; reso idoneo a lottare per Cristo grazie alla Confermazione; chiamato a servire Dio attraverso il proprio agire nel mondo in virtù del sacerdozio comune dei fedeli, che conferisce una certa partecipazione al sacerdozio di Cristo, la quale, pur essendo essenzialmente diversa da quella del sacerdozio ministeriale, rende idonei a prendere parte al culto della Chiesa e ad aiutare gli uomini nel loro cammino verso Dio, con la testimonianza della parola e dell'esempio, con l'orazione e l'espiazione.

Ciascuno di noi dov'essere ipse Christus. Egli è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr 1 Tm 2, 5); e noi ci uniamo a Lui per offrire, con Lui, tutte le cose al Padre. La nostra vocazione di figli di Dio, in mezzo al mondo, esige da noi non solo la ricerca della santità personale, ma ci spinge anche a percorrere tutti i cammini della terra per trasformarli in varchi, aperti in mezzo agli ostacoli, che conducono le anime al Signore; ci spinge a prendere parte, come cittadini, a tutte le attività temporali, per essere lievito (cfr Mt 13, 33) che fa fermentare tutta la massa (cfr 1 Cor 5, 6).

Cristo è asceso al Cielo, ma ha concesso a tutte le realtà umane oneste la possibilità concreta di essere redente.

San Gregorio Magno raccoglie questo grande tema cristiano con parole incisive: Gesù, dunque, partiva per il luogo dal quale proveniva, e ritornava dal luogo in cui continuava a dimorare. E infatti, nel momento in cui saliva al cielo, univa con la sua divinità il cielo e la terra. Nella festa odierna conviene risaltare solennemente il fatto che è stato soppresso il decreto che ci condannava, il giudizio che ci assoggettava alla corruzione. La natura cui si dirigevano le parole "tu sei polvere e in polvere ritornerai" (Gn 3, 19), questa stessa natura è ascesa oggi al cielo con Cristo (SAN GREGORIO MAGNO, In Evangelia homiliae, 29, 10 [PL 76, 1218]).

Non mi stancherò pertanto di ripetere che il mondo può essere santificato e che a noi cristiani tocca in modo particolare questo compito: purificare il mondo dalle occasioni di peccato con cui gli uomini lo imbrattano, e offrirlo al Signore come ostia spirituale, presentata e dignificata dalla grazia di Dio e dal nostro impegno. A rigore, non si può dire che ci siano realtà nobili che siano esclusivamente profane, dal momento che il Verbo si è degnato di assumere integralmente la natura umana e di consacrare la terra con la sua presenza e con il lavoro delle sue mani. La grande missione che riceviamo nel Battesimo è la corredenzione. La carità di Cristo ci spinge (cfr 2 Cor 5, 14) a caricare su di noi parte del compito divino di riscattare le anime.


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Guardate: la Redenzione, compiuta da Gesù morto nella vergogna e nella gloria della Croce, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani (1 Cor 1, 23), per volontà di Dio continuerà a realizzarsi fino a che giunga l'ora del Signore. Non si può vivere secondo il Cuore di Gesù senza sentirsi inviati, come Lui, peccatores salvos facere (1 Tm 1, 15), per salvare tutti i peccatori, convinti che noi stessi dobbiamo confidare, ogni giorno di più, nella misericordia di Dio. Nasce così il desiderio ardente di sentirci corredentori con Cristo, di salvare con Lui tutte le anime, perché siamo, vogliamo essere, ipse Christus, lo stesso Cristo, ed Egli ha dato se stesso in riscatto per tutti (1 Tm 2, 6).

Ci attende un grande compito. Non è possibile un contegno passivo, perché il Signore ha dichiarato espressamente: Negoziate, finché io torni (Lc 19, 13). Mentre attendiamo il ritorno del Signore che verrà a prendere pieno possesso del suo Regno, non possiamo restare con le braccia conserte. L'espansione del Regno di Dio non è soltanto compito ufficiale di quei membri della Chiesa che rappresentano Cristo perché hanno ricevuto da Lui i poteri sacri. Vos autem estis corpus Christi (1 Cor 12, 27), anche voi siete corpo di Cristo, ci ammonisce l'Apostolo, e avete ricevuto il mandato preciso di "negoziare" fino alla fine.

Rimane tanto da fare. Forse che in venti secoli non si è fatto nulla? In venti secoli si è lavorato molto. Non mi sembra né oggettiva né onesta la smania di taluni di denigrare il lavoro di quelli che ci hanno preceduto. In venti secoli è stato fatto molto lavoro, e spesso si è lavorato molto bene. Non sono mancati errori e cedimenti; ma anche ora vi sono situazioni di regresso, paure, incertezze, pur non mancando, al tempo stesso, coraggio e generosità. Ma la famiglia umana si rinnova continuamente; a ogni generazione è necessario consolidare l'impegno di aiutare l'uomo a scoprire la grandezza della sua vocazione di figlio di Dio, è necessario comunicare il precetto dell'amore a Dio creatore e al prossimo.


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Cristo ci ha insegnato in modo definitivo il cammino dell'amore a Dio: l'apostolato è amor di Dio che trabocca nel dono di se stessi agli altri. La vita interiore porta a crescere nell'unione con Cristo per mezzo del Pane e della Parola; e la sollecitudine apostolica è la manifestazione esatta, adeguata, necessaria, della vita interiore. Quando si assapora l'amore di Dio, si sente il peso delle anime. Non è possibile scindere vita interiore e apostolato, come non è possibile scindere in Cristo la sua condizione di Dio-Uomo e la sua missione di Redentore. Il Verbo volle incarnarsi per salvare gli uomini, per farli una cosa sola con Lui. La ragione della sua venuta nel mondo, come recitiamo nel Credo, sta qui: Per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo.

Per il cristiano, l'apostolato è un fatto connaturale alla sua condizione; non è qualcosa di aggiunto, di sovrapposto, di estrinseco alla sua attività quotidiana, al suo lavoro professionale. L'ho ripetuto incessantemente, da quando il Signore volle che nascesse l'Opus Dei: bisogna santificare il lavoro ordinario, santificarsi in esso e santificare gli altri attraverso l'esercizio della propria professione, vivendo ciascuno nel proprio stato.

L'apostolato è come il respiro del cristiano; un figlio di Dio non può vivere senza questo palpito spirituale. La festa odierna ci ricorda che lo zelo per le anime è un comandamento dell'amore del Signore che, nell'ascendere alla gloria, ci invia come suoi testimoni al mondo intero. È grande la nostra responsabilità, perché essere testimoni di Cristo presuppone innanzitutto un comportamento degno della sua dottrina e quindi anche la lotta necessaria affinché la nostra condotta ricordi Gesù, evocando la sua figura amabilissima. La nostra condotta deve essere tale che gli altri possano dire, vedendoci: ecco un cristiano, perché non odia, perché sa comprendere, perché non è animato da zelo fanatico, perché domina i suoi istinti, perché si sacrifica, perché manifesta sentimenti di pace, perché ama.


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Vi ho tracciato con la dottrina di Cristo, non con le mie idee, un cammino cristiano ideale; si tratta senza dubbio di un cammino elevato, sublime, attraente. E forse qualcuno si domanda: è possibile viverlo nella società di oggi? È vero: il Signore ci ha chiamati in un momento in cui si parla molto di pace e non c'è pace, né nelle anime, né nelle istituzioni, né nella vita sociale, né tra i popoli. Si parla continuamente di uguaglianza e di democrazia e abbondano le caste, chiuse, impenetrabili. Ci ha chiamati in un tempo in cui si reclama la comprensione, e la comprensione brilla per la sua assenza, persino tra persone che agiscono in buona fede e vogliono praticare la carità, perché — non dimenticatelo — la carità, più che nel dare, consiste nel comprendere.

Viviamo in un'epoca nella quale i fanatici e gli intransigenti — incapaci di ammettere le ragioni altrui — mettono le mani avanti e tacciano di violente e aggressive le loro vittime. Ci ha chiamati infine quando si blatera molto di unità, ed è forse difficile immaginare maggior disunione, non solo tra gli uomini in genere, ma anche tra gli stessi cattolici.

Non faccio mai considerazioni politiche, perché non è mio compito. D'altronde, per descrivere dalla mia prospettiva di sacerdote la situazione del mondo attuale, mi basta ripensare a una parabola del Signore, quella del frumento e della zizzania. Il Regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò (Mt 13, 24-25). Il senso è chiaro: il campo è fertile e il seme è buono; il Signore del campo ha seminato a piene mani al momento opportuno, con consumata esperienza; ha stabilito inoltre un servizio di vigilanza per proteggere la semina recente. Se poi compare la zizzania è perché non c'è stata corrispondenza, perché gli uomini — i cristiani, in particolare — si sono addormentati e hanno acconsentito che il nemico si avvicinasse.

Quando i servi irresponsabili domandano al Signore come mai è cresciuta la zizzania nel suo campo, la spiegazione è lampante: Inimicus homo hoc fecit (Mt 13, 28), è stato il nemico. Noi cristiani, che dovevamo essere vigilanti affinché le cose buone poste nel mondo dal Creatore crescessero al servizio della verità e del bene, ci siamo addormentati — triste pigrizia questo sonno! — mentre il nemico e tutti coloro che lo servono si davano da fare senza riposo. Ormai vedete come è cresciuta la zizzania, e che semina abbondante ed estesa!

Non ho la vocazione di profeta di sventure. Non desidero con le mie parole presentarvi un panorama desolato, senza speranze. Non intendo lamentarmi del tempo in cui viviamo per provvidenza del Signore. Dobbiamo amare questa nostra epoca, perché è l'àmbito in cui dobbiamo raggiungere la nostra santità personale. Non accettiamo nostalgie ingenue e sterili: il mondo non è mai stato migliore. Da sempre, fin dalla nascita della Chiesa, quando ancora echeggiava la predicazione dei primi dodici, sorsero violente le persecuzioni, iniziarono le eresie, venne propalata la menzogna e si scatenò l'odio.

Ma neppure sarebbe logico, d'altro canto, negare che il male è cresciuto. In tutto questo campo di Dio che è la terra — eredità ricevuta da Cristo — è germogliata la zizzania; e che abbondanza di zizzania! Non possiamo lasciarci ingannare dal mito del progresso perenne e irreversibile. Il progresso rettamente ordinato è buono, e Dio lo vuole. Ma si è più sensibili all'altro progresso, quello falso, che acceca tanti uomini che sovente non si accorgono che l'umanità, sotto alcuni aspetti, retrocede e perde il frutto delle sue conquiste.

Il Signore, ripeto, ci ha dato il mondo in eredità. E noi dobbiamo avere anima e intelligenza vigili; dobbiamo essere realisti, pur senza cadere nel disfattismo. Solo una coscienza incallita, o l'insensibilità dell'abitudinarismo, o lo stordimento frivolo, possono permettere che si guardi il mondo senza vedere il male, l'offesa a Dio, il danno a volte irreparabile arrecato alle anime. Dobbiamo essere ottimisti, ma di un ottimismo che nasce dalla fede nel potere di Dio — e Dio non perde battaglie —, un ottimismo che non si fonda sulla sufficienza umana, su di un senso di soddisfazione sciocco e presuntuoso.


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Che fare dunque? Vi dicevo che il mio intento non era di descrivere crisi sociali o politiche, franamenti e malattie culturali. Considerando le cose alla luce della fede cristiana, mi riferisco al male nel senso esatto di offesa a Dio. L'apostolato cristiano non è un programma politico o un'alternativa culturale: esso implica la diffusione del bene, il contagio del desiderio di amare, una semina effettiva di pace e di gioia. Non v'è dubbio che da tale apostolato deriveranno benefici spirituali per tutti: più giustizia, più comprensione, più rispetto dell'uomo per l'uomo.

Vi sono tante anime attorno a noi, e non abbiamo il diritto di essere di ostacolo alla loro salvezza eterna. Siamo pertanto obbligati a essere pienamente cristiani, a essere santi, a non defraudare Dio e tante persone che attendono dal cristiano esempio e dottrina.

Il nostro apostolato deve basarsi sulla comprensione. Ripeto ancora una volta: la carità, più che nel dare, consiste nel comprendere. Non vi nascondo che ho imparato nella mia stessa carne quanto costa l'incomprensione. Io ho cercato sempre di farmi comprendere, ma non sono mancate persone che hanno fatto di tutto per non capire. È questo un altro motivo, pratico e vivo, perché io desideri capire tutti. Ma non deve essere soltanto un impulso occasionale a spingerci ad avere un cuore aperto, universale, cattolico. Lo spirito di comprensione è manifestazione della carità cristiana di un buon figlio di Dio, giacché il Signore ci vuole su tutti i retti cammini della terra per diffondere il seme della fraternità — non quello della zizzania — della comprensione, del perdono, della carità, della pace. Non sentitevi mai nemici di nessuno.

Il cristiano deve mostrarsi sempre disposto a convivere con tutti, a dare a tutti — con la sua amicizia — la possibilità di avvicinarsi a Cristo Gesù. Deve sacrificarsi lietamente per tutti, senza far distinzioni, senza dividere le anime come in compartimenti stagni, senza apporre etichette, come se si trattasse di merci o di insetti disseccati. Il cristiano non può separarsi dagli altri, perché altrimenti la sua vita sarebbe miserabile ed egoista; deve farsi tutto a tutti, per salvare tutti (1 Cor 9, 22).

Sapessimo vivere così! Sapessimo impregnare la nostra condotta con questa semina di generosità, con questo desiderio di convivenza, di pace! È così che si favorisce la legittima indipendenza personale, affinché ciascuno sappia assumersi la propria responsabilità riguardo ai doveri che gli competono nelle attività temporali. Il cristiano saprebbe allora difendere anzitutto la libertà altrui, per poter difendere poi la propria. Avrebbe la carità di accettare gli altri come sono — perché ognuno, senza eccezioni, si porta dietro le sue miserie e commette degli errori — offrendo a tutti l'aiuto della grazia di Dio e del garbo umano per vincere il male, per sradicare la zizzania, perché tutti possano sorreggersi vicendevolmente e portare con dignità la condizione di uomini e di cristiani.


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Il compito apostolico che Cristo ha affidato a tutti i suoi discepoli ha dunque un riflesso concreto nell'ambito sociale. È inammissibile pensare che per poter essere cristiani sia necessario voltare le spalle al mondo, guardare con pessimismo la natura umana. Tutto ciò che è onesto, fino al più piccolo avvenimento, racchiude in sé un significato umano e divino. Cristo, perfetto uomo, non è venuto a distruggere ciò che è proprio della condizione umana; ma assumendo la nostra natura — tranne il peccato — è venuto a nobilitarla, è venuto a condividere tutte le ansie dell'uomo, tranne la triste avventura del male.

Il cristiano deve essere sempre pronto a santificare la società dal di dentro, collocandosi pienamente nel mondo, ma senza essere del mondo in tutto quello che esso contiene — non per sua intrinseca proprietà, ma per difetto volontario, per il peccato — di negazione di Dio, di opposizione alla sua amabile volontà salvifica.


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La festa dell'Ascensione del Signore ci suggerisce anche un'altra realtà: quel Cristo che ci incoraggia a lavorare nel mondo, ci attende nel Cielo. In altre parole: la vita sulla terra, che pure amiamo, non rappresenta il compimento, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura (Eb 13, 14), la città eterna.

Cerchiamo tuttavia di non restringere la parola di Dio entro orizzonti angusti. Il Signore non ci vuole infelici nel cammino, come se la consolazione ci attendesse soltanto nell'aldilà. Dio ci vuole felici anche qui, ma anelando il definitivo compimento di quell'altra felicità, che solo Lui può colmare totalmente.

Su questa terra, la contemplazione delle realtà soprannaturali, l'azione della grazia nelle nostre anime, l'amore al prossimo come frutto saporito dell'amore a Dio, comportano già un anticipo del Cielo, un inizio destinato a crescere giorno per giorno. Noi cristiani non conduciamo una doppia vita; manteniamo un'unità di vita coerente, semplice e forte, nella quale si fondono e si compenetrano tutte le nostre azioni.

Cristo ci attende. Viviamo già come cittadini del cielo (Fil 3, 20), pur essendo cittadini della terra, tra difficoltà, ingiustizie, incomprensioni, ma anche nella gioia e nella serenità di saperci figli diletti di Dio. Perseveriamo nel servizio del nostro Dio, e vedremo come cresce in numero e in santità questo esercito cristiano di pace, questo popolo di corredenzione. Cerchiamo di essere anime contemplative, vivendo un dialogo continuo con il Signore, trattandolo a tutte le ore: dal primo pensiero del giorno all'ultimo della notte, ponendo costantemente il nostro cuore in Gesù Nostro Signore, giungendo a Lui attraverso la Madonna, nostra Madre, e, per Lui, giungendo al Padre e allo Spirito Santo.

Se, malgrado tutto, l'ascesa di Gesù in Cielo ci lascia nell'anima un residuo amaro di tristezza, rivolgiamoci a sua Madre, come già gli Apostoli: Allora ritornarono a Gerusalemme... e perseveravano unanimi nella preghiera con Maria, la Madre di Gesù (At 1, 12-14).


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