Josemaría Escrivá Obras
 
 
 
 
 
 
  La Chiesa nostra Madre > Sacerdote per l'eternità > Cap. 3
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Qualche giorno fa, durante la celebrazione della santa Messa, mi sono soffermato un istante sulle parole del salmo che la liturgia proponeva come antifona di Comunione: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla (Sal 22, 1. Antifona alla Comunione del sabato della IV settimana di Quaresima). Questa invocazione mi aveva riportato alla memoria il versetto di un altro salmo che si recitava un tempo nella cerimonia della prima tonsura: Il Signore è la parte della mia eredità (Sal 15, 5). Cristo stesso si mette infatti nelle mani dei sacerdoti, che diventano così dispensatori dei misteri — dei portenti — del Signore (1 Cor 4, 1).

La prossima estate riceveranno gli Ordini Sacri una cinquantina di membri dell'Opus Dei. È già dal 1944 che — come evento di grazia e di servizio alla Chiesa — si avvicendano queste leve sacerdotali che riguardano ogni anno un piccolo gruppo di membri dell'Opera. E tuttavia, ogni anno, ci sono persone che se ne stupiscono. Com'è possibile — si domandano — che trenta, quaranta, cinquanta uomini la cui vita è piena di successo e di promesse siano disposti a divenire sacerdoti? Vorrei fare, al riguardo, alcune considerazioni, con il rischio, magari, di accrescere le perplessità di tali persone.


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Il santo Sacramento dell'Ordine Sacerdotale verrà dunque amministrato a un gruppo di membri dell'Opera, tutti con una valida — e, in qualche caso, lunga — esperienza di medici, avvocati, ingegneri, architetti e così via. Provengono dalle più svariate attività professionali e, come frutto del loro lavoro, sono uomini che possono legittimamente aspirare a posti anche di rilievo nel loro ambito sociale.

Diventano sacerdoti per servire. Non per comandare, non per brillare, ma per donarsi — in un silenzio incessante e divino — al servizio di tutte le anime. Una volta ordinati sacerdoti, non si lasceranno trascinare dalla tentazione di imitare le occupazioni e il lavoro dei laici, ancorché tali compiti siano loro ben noti per averli svolti fino a ora e per avere consolidato in essi una mentalità laicale che non perderanno mai più.

La loro competenza nei vari settori del sapere umano — storia, scienze naturali, psicologia, diritto, sociologia — benché sia una componente necessaria alla loro mentalità laicale, non li indurrà a presentarsi con la patente di sacerdoti-psicologi, di sacerdoti-biologi, di sacerdoti-sociologi...; ricevono il Sacramento dell'Ordine per essere — né più né meno — sacerdoti-sacerdoti, sacerdoti al cento per cento.


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È probabile che in tante questioni temporali e umane ne sappiano di più di molti laici. E tuttavia, una volta ordinati, lasceranno in ombra con gioia tale competenza, per rafforzarsi in continua preghiera, per parlare soltanto di Dio, per predicare il Vangelo e amministrare i Sacramenti. È questo, per così dire, il loro nuovo lavoro professionale a cui dedicheranno tutte le ore del giorno, che sembreranno sempre poche. Dovranno, infatti, studiare incessantemente la scienza di Dio, orientare spiritualmente tante anime, ascoltare molte confessioni, predicare instancabilmente e pregare tanto, tanto, avendo il cuore sempre là, nel Tabernacolo, ove è realmente presente Colui che ci ha scelti per essere suoi in una dedizione meravigliosa e piena di gioia, pur nelle prove da cui nessuna creatura è immune.

Ma forse queste considerazioni, come vi dicevo, possono aumentare i motivi di sorpresa. Taluni insisteranno nel domandarsi: perché rinunciare a tante cose buone e nobili di questa terra, al lavoro professionale, brillante o meno, all'influsso dell'esempio cristiano nella società attraverso la cultura profana, l'insegnamento, l'economia, o qualunque altra attività civile?

Altri osserveranno che oggigiorno, in tanti luoghi, serpeggia un grave disorientamento circa la figura del sacerdote; si parla a vanvera sulla necessità di cercarne l'identità e si mette in dubbio il significato che, nelle circostanze attuali, assume il dono di sé a Dio nel sacerdozio. Sarà infine motivo di sorpresa anche il fatto che, in un'epoca in cui le vocazioni sacerdotali scarseggiano, esse sorgano tra persone che, grazie al loro serio impegno professionale, hanno già risolto i problemi di occupazione e di impiego nelle attività terrene.


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Comprendo questi sentimenti di stupore, ma sinceramente non li condivido. Coloro che, liberamente, perché a loro piace — e questo è un motivo molto soprannaturale — abbracciano il sacerdozio, sanno che non fanno nessuna rinuncia, nel senso usuale del termine. La vocazione all'Opus Dei ne aveva già fatto persone dedite alla Chiesa e a tutte le anime; una vocazione piena, divina, che li impegnava a santificare il lavoro quotidiano, a santificarsi in esso e a promuovere, attraverso di esso, la santificazione degli altri.

Al pari di tutti i fedeli, i membri dell'Opus Dei, sacerdoti o laici — ma sempre cristiani comuni, uguali agli altri —, si considerano destinatari delle parole di san Pietro: Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia (1 Pt 2, 9-10).

La condizione di fedele è una e identica per tutti, sacerdoti e laici, perché Dio nostro Signore ha chiamato tutti alla pienezza della carità, alla santità: Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo. In Lui ci ha scelti, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto, nella carità (Ef 1, 3-4).

Non esiste una santità di seconda classe: o si lotta incessantemente per essere in grazia di Dio e per conformarsi a Cristo, nostro modello, o si è disertori nelle battaglie divine. Il Signore invita tutti affinché ciascuno si santifichi nel proprio stato. Nell'Opus Dei — pur tra gli errori e le miserie dei singoli — la passione per la santità non è che una, e non fa differenza essere sacerdoti o laici; d'altronde, rispetto al numero dei membri, i sacerdoti dell'Opera non sono che una piccolissima parte.

Guardando dunque le cose con occhi di fede, giungere al sacerdozio non significa nessuna rinuncia. Non significa nemmeno il coronamento della vocazione all'Opus Dei, perché la santità non dipende dalle circostanze del proprio stato — celibe, sposato, vedovo, sacerdote — ma dalla personale corrispondenza alla grazia che viene concessa a tutti noi affinché impariamo a respingere le opere delle tenebre e a rivestirci delle armi della luce: serenità, pace, servizio abnegato e lieto all'umanità intera (cfr Rm 13, 12).


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Il sacerdozio porta a servire Dio in uno stato che non è, in sé stesso, migliore o peggiore di altri: è diverso. Tuttavia, la vocazione sacerdotale si presenta rivestita di una dignità e di una grandezza tali che null'altro sulla terra può superare. Santa Caterina da Siena pone sulle labbra di Gesù queste parole: Io non volevo che la riverenzia verso di loro diminuisse... perché ogni riverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtù del Sangue che io l'ho dato a ministrare. Unde, se non fusse questo, tanta riverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non più... E così non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E già l'ho vetato, e detto che i miei Cristi non voglio che sieno toccati per le loro mani (SANTA CATERINA DA SIENA, Il Dialogo della divina Provvidenza, cap. 116; cfr Sal 104, 15).

Taluni si affannano a cercare quella che chiamano l'identità del sacerdote. Quanto sono chiare le parole della santa di Siena! Qual è l'identità del sacerdote? Quella di Cristo. Tutti noi cristiani possiamo e dobbiamo essere non soltanto alter Christus, ma anche ipse Christus: un altro Cristo; lo stesso Cristo! Ma il sacerdote lo è in modo immediato, in forma sacramentale.


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Per realizzare un'opera così grande — quella della Redenzione — Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, "Egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora sé stesso per il ministero dei sacerdoti", sia soprattutto sotto le specie eucaristiche (CONCILIO VATICANO II, cost. Sacrosanctum Concilium, 7; cfr CONCILIO DI TRENTO, doctr. De ss. Missae sacrif., cap. 2 [DS 1743]). Per mezzo del Sacramento dell'Ordine, il sacerdote è reso effettivamente idoneo a prestare a Gesù nostro Signore la voce, le mani e tutto il suo essere; è Gesù che, nella santa Messa, con le parole della Consacrazione, cambia la sostanza del pane e del vino nel suo Corpo, nella sua Anima, nel suo Sangue e nella sua Divinità.

È questo il fondamento dell'incomparabile dignità del sacerdote. È una grandezza ricevuta in prestito, compatibile con la mia pochezza. Prego Dio nostro Signore che conceda a tutti noi sacerdoti la grazia di compiere santamente le cose sante, di rispecchiare con la nostra stessa vita lo splendore delle grandezze del Signore. Noi che celebriamo i misteri della Passione del Signore, dobbiamo imitare quello che facciamo. E allora l'ostia occuperà il nostro posto al cospetto di Dio, perché noi stessi ci facciamo ostia (SAN GREGORIO MAGNO, Dialoghi, 4, 59).

Qualora vi imbattiate in un sacerdote che per il suo contegno non sembra vivere secondo il Vangelo — non sta a voi giudicarlo, lo giudica Dio — sappiate che se celebra validamente la santa Messa, con l'intenzione di consacrare, il Signore non si rifiuta di scendere nelle sue mani, ancorché siano indegne. È possibile una donazione maggiore, un annientamento più grande? Più che a Betlemme, più che sul Calvario. Perché? Perché Gesù Cristo ha il cuore angosciato dall'ansia di redenzione, perché non vuole che qualcuno possa dire di non essere stato chiamato, perché Egli stesso va incontro a coloro che non lo cercano.

Egli è Amore! E non c'è altra spiegazione. Quanto sono insufficienti le parole per parlare dell'Amore di Cristo! Egli si adatta a tutto, accetta tutto, si espone a tutto — ai sacrilegi, alle bestemmie, alla fredda indifferenza di tanti — pur di offrire, anche a un solo uomo, l'occasione di scoprire i palpiti del suo Cuore ardente, nel suo petto ferito.

L'identità del sacerdote è questa: essere strumento immediato e quotidiano della grazia salvifica che Cristo ha meritato per noi. Quando si comprende questo principio, quando lo si medita nell'attivo silenzio della preghiera, come possiamo considerare il sacerdozio una rinuncia? È un guadagno incalcolabile. Maria Santissima, nostra Madre, la più santa delle creature — più di Lei solo Dio — trasse una sola volta Gesù al mondo; i sacerdoti lo portano su questa terra, al nostro corpo, alla nostra anima, tutti i giorni: e Gesù viene, per nutrirci, per vivificarci, per essere fin da ora pegno della vita futura.


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Il sacerdote non è da più del laico, né come uomo né come fedele. È pertanto molto opportuno che si eserciti nell'umiltà più profonda per capire che è specialmente in lui che si compiono appieno le parole di san Paolo: Che cosa hai che non lo abbia ricevuto? (1 Cor 4, 7). Quello che ha ricevuto... è Dio!, è la potestà di celebrare la Sacra Eucaristia — la santa Messa, fine principale dell'ordinazione sacerdotale — di perdonare i peccati, di amministrare altri Sacramenti e di predicare autorevolmente la parola di Dio dirigendo i fedeli nelle cose che riguardano il Regno dei Cieli.


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Il sacerdozio dei presbiteri, pur presupponendo i Sacramenti dell'iniziazione cristiana, viene conferito da quel particolare Sacramento per il quale i presbiteri, in virtù dell'unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, Capo della Chiesa (Presbyterorum ordinis, 2). La Chiesa è così: non per capriccio di uomini, ma per espressa volontà di Gesù Cristo che ne è il Fondatore. Il sacrificio e il sacerdozio sono, per ordinamento divino, talmente collegati, da coesistere insieme in ogni legge, l'antica e la nuova Alleanza. Avendo dunque la Chiesa cattolica ricevuto nel Nuovo Testamento, per istituzione del Signore, il sacrificio visibile dell'Eucaristia, si deve anche confessare che c'è in essa un nuovo sacerdozio, visibile ed esterno, nel quale fu trasferito l'antico (CONCILIO DI TRENTO, doctr. De sacramento ordinis, cap. I [DS 1764]).



In chi riceve l'Ordine sacro, il sacerdozio ministeriale viene ad aggiungersi al sacerdozio comune di tutti i fedeli. Pertanto, mentre sarebbe errato sostenere che un sacerdote è più cristiano di un fedele qualsiasi, è lecito affermare invece che è più sacerdote: egli appartiene, come ogni altro cristiano, al popolo sacerdotale che Cristo ha redento, ed è, in più, contrassegnato con il carattere del sacerdozio ministeriale, che differisce essenzialmente, e non solo di grado (Lumen gentium, 10), dal sacerdozio comune dei fedeli.


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Non capisco la preoccupazione che hanno taluni sacerdoti di confondersi con gli altri fedeli, dimenticando o trascurando la loro specifica missione nella Chiesa, quella per cui sono stati ordinati. Costoro ritengono che i cristiani desiderino vedere nel sacerdote un uomo come gli altri. Ma si ingannano. I fedeli vogliono certamente ammirare nel sacerdote le virtù proprie di ogni cristiano e peraltro di ogni persona onesta: la comprensione, la giustizia, la dedizione al lavoro — lavoro sacerdotale, in questo caso —, la carità, l'educazione, la delicatezza nel tratto con gli altri.

Ma, accanto a ciò, pretendono che risalti chiaramente il carattere sacerdotale: si aspettano dal sacerdote che preghi, che non rifiuti l'amministrazione dei Sacramenti, che sia disposto ad accogliere tutti senza porsi alla testa o militare in fazioni umane, quali che siano (cfr Presbyterorum ordinis, 6); che metta amore e devozione nella celebrazione della santa Messa, segga in confessionale, consoli i malati e gli afflitti; che con la catechesi dia dottrina ai bambini e agli adulti, che predichi la parola di Dio e non l'una o l'altra delle scienze umane — ancorché le conosca perfettamente — perché quella non sarebbe la scienza che salva e che conduce alla vita eterna; che abbia dono di consiglio e carità verso i bisognosi.


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In breve, si chiede al sacerdote che impari a non porre ostacolo alla presenza di Cristo in lui, specialmente nei momenti in cui realizza il Sacrificio del Corpo e del Sangue del Signore e quando, nella Confessione sacramentale auricolare e segreta, perdona i peccati nel nome di Dio. L'amministrazione di questi due Sacramenti è così capitale nella missione del sacerdote, che tutto il resto deve far perno su di essa. Gli altri compiti sacerdotali — la predicazione e l'istruzione religiosa — non avrebbero fondamento se non fossero orientati a insegnare come trattare Cristo, come incontrarlo nel tribunale amoroso della Penitenza e della rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario, la santa Messa.

Permettete che mi intrattenga ancora un po' a considerare il santo Sacrificio: se esso è per noi il centro e la radice della vita del cristiano, lo deve essere in modo speciale per la vita del sacerdote. Un sacerdote che, colpevolmente, non celebrasse quotidianamente il santo Sacrificio dell'Altare (cfr Presbyterorum ordinis, 13), dimostrerebbe ben poco amor di Dio: sarebbe come rinfacciare a Gesù il suo slancio di Redenzione, dirgli che non lo si condivide, che non si comprende la sua impazienza di donarsi, inerme, come alimento dell'anima.


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È opportuno ricordare, con caparbia insistenza, che tutti i sacerdoti — sia noi peccatori che quelli che sono santi — quando celebrano la santa Messa non sono più sé stessi. Sono Cristo che rinnova sull'Altare il suo divino Sacrificio del Calvario. Nel mistero del Sacrificio Eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l'opera della nostra Redenzione, e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli (Presbyterorum ordinis, 13).

Il Concilio di Trento insegna che nel divino Sacrificio che si realizza nella Messa, è contenuto e incruentemente immolato quello stesso Cristo che una sola volta ha offerto sé stesso cruentemente sull'altare della Croce... Una sola e la stessa è infatti la vittima; colui che ora viene offerto per mezzo del ministero dei sacerdoti è lo stesso che allora si offrì sulla Croce, essendo diverso soltanto il modo di offrirsi (De ss. Missae sacr., cap. 2).

La presenza o l'assenza dei fedeli alla santa Messa non modifica in nulla questa verità di fede. Quando celebro circondato dal popolo, ne provo piacere, ma non ho bisogno di considerarmi presidente di un'assemblea. Da un lato, sono un fedele come gli altri; ma, dall'altro, sono anche e soprattutto Cristo sull'Altare. Rinnovo incruentemente il divino Sacrificio del Calvario e consacro in persona Christi, perché rappresento realmente Gesù Cristo, gli do in prestito il mio corpo, la mia voce, le mie mani, il mio povero cuore tanto spesso macchiato e bisognoso di essere da Lui purificato.

Quando celebro la santa Messa con la sola partecipazione di colui che mi aiuta, anche allora il popolo è presente. Sento accanto a me tutti i cattolici, tutti i credenti e anche quelli che non credono. Sono presenti tutte le creature di Dio — la terra, il cielo, il mare, gli animali e le piante —: è la Creazione intera che dà gloria al Signore.


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Ma più ancora mi unisco in sommo grado — dirò con le parole del Concilio Vaticano II — al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre Vergine Maria, del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri, e di tutti i santi (cfr Lumen gentium, 50).

Chiedo a tutti i fedeli che preghino molto per noi sacerdoti perché sappiamo compiere santamente il santo Sacrificio. Chiedo loro di dimostrare un amore così delicato alla santa Messa, da spingerci a celebrarla con dignità — con eleganza — umana e soprannaturale; con decoro nei paramenti e negli oggetti destinati al culto, con devozione, senza fretta.

Perché questa fretta? Gli innamorati hanno forse fretta di salutarsi dopo un incontro? Sembra che si lascino, ma non se ne vanno; ritornano una volta e un'altra, e si dicono parole comuni come se le scoprissero solo allora... Non abbiate timore di riferire alle cose di Dio gli esempi suggeriti dall'amore nobile e puro degli uomini. Se amiamo il Signore con il nostro cuore di carne — non abbiamo che questo — non avremo fretta di terminare questo incontro, questo appuntamento d'amore con Lui.

Alcuni procedono con calma, né gli importa di prolungare fino alla stanchezza letture, monizioni e avvisi. Ma quando giungono al momento principale della santa Messa, al Sacrificio propriamente detto, diventano precipitosi e contribuiscono a far sì che i fedeli non adorino con devozione Cristo Sacerdote e Vittima, né imparino a rendergli grazie — con calma, senza precipitazione — per essere voluto venire ancora una volta in mezzo a noi.

Tutti gli affetti e i bisogni di un cuore cristiano trovano nella santa Messa il loro vero alveo: quello che, per mezzo di Cristo, conduce al Padre nello Spirito Santo. Il sacerdote deve porre ogni cura perché tutti lo sappiano e lo vivano. Non c'è, ordinariamente, nessuna attività che possa essere anteposta a quella di far conoscere, amare e venerare la Sacra Eucaristia.


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Il sacerdote compie due funzioni: una, principale, sul Corpo vero di Cristo; un'altra, secondaria, sul Corpo Mistico di Cristo. La seconda funzione o ministero dipende dalla prima, e non viceversa (SAN TOMMASO, Summa theologiae, Suppl., q. 36, a. 2, ad 1). Pertanto, non c'è di meglio nel ministero sacerdotale che procurare che tutti i fedeli cattolici si avvicinino al santo Sacrificio con maggior purezza, maggiore umiltà, maggiore venerazione. Se il sacerdote impegna le sue energie in questo compito, non rimarrà deluso né deluderà le coscienze dei suoi fratelli cristiani.

Nella santa Messa noi adoriamo, compiendo con amore il primo dovere della creatura verso il Creatore: Adorerai il Signore Dio tuo, e Lui solo servirai (Dt 6, 13; Mt 4, 10). Non si tratta di adorazione fredda, esteriore, servile; ma di intima consapevolezza, di dedizione, di tenero amore filiale.

Nella santa Messa troviamo l'occasione perfetta per espiare i nostri peccati e quelli di tutti gli uomini; l'occasione di poter dire, come san Paolo, che stiamo completando nelle nostre membra quello che resta da patire a Cristo (cfr Col 1, 24). Nel mondo nessuno è un viandante solitario, nessuno può considerarsi libero da una parte di colpa per il male che si commette sulla terra come conseguenza del peccato originale e di tutta la somma di tanti peccati personali. Amiamo dunque il sacrificio e cerchiamo l'espiazione. In che modo? Unendoci nella santa Messa a Cristo Sacerdote e Vittima: sarà sempre Lui a prendere su di sé il peso ingente delle infedeltà delle creature, le tue e le mie.


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Il Sacrificio del Calvario è la prova suprema della generosità di Gesù. Noi — tutti e singoli — siamo sempre molto interessati; ma a Dio nostro Signore non importa se, nella santa Messa, deponiamo davanti a Lui tutte le nostre necessità. Chi non ha delle cose da chiedere? Signore, quella malattia...; Signore, quella pena...; Signore, quell'umiliazione che non so sopportare per tuo amore... Vogliamo il bene, la felicità e la gioia dei nostri familiari; ci opprime il cuore la condizione di coloro che soffrono fame e sete di pane e di giustizia, di coloro che patiscono l'amarezza della solitudine, di coloro che, giunti alla fine dei loro giorni, non ricevono uno sguardo d'affetto né un gesto d'aiuto.

Ma la grande miseria che ci fa soffrire, il bisogno grande a cui vogliamo porre rimedio, è il peccato, l'allontanamento da Dio, il pericolo che le anime si perdano per tutta l'eternità. Condurre gli uomini alla gloria eterna nell'amore di Dio: ecco la nostra aspirazione fondamentale quando celebriamo la Messa; la stessa che ebbe Gesù Cristo quando donò la sua vita sul Calvario.

Abituiamoci a parlare con questa sincerità al Signore quando scende, vittima innocente, nelle mani del sacerdote. La fiducia nell'aiuto del Signore ci darà quella delicatezza d'animo che non manca mai di effondersi in opere buone, in carità, in comprensione, in amabile tenerezza per coloro che soffrono e per coloro che artificiosamente fingono una sazietà vuota e falsa, che ben presto si trasforma in tristezza.


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Siamo, infine, grati a Dio nostro Signore per tutto quello che ci concede, per il fatto meraviglioso che Lui stesso si dà a noi in dono. Si degna di dimorare dentro di noi il Verbo incarnato!... Si degna di rinchiudersi nella nostra piccolezza Colui che ha creato i cieli e la terra!... La Vergine Maria fu concepita immacolata perché potesse albergare Gesù Cristo nel suo seno. Se il rendimento di grazie deve essere proporzionato alla differenza che corre tra il dono e i meriti, non dovremmo trasformare tutta la nostra giornata in una incessante Eucaristia? Non allontanatevi dal tempio appena ricevuto il santo Sacramento. È tanto importante quello che vi attende da non poter dedicare al Signore dieci minuti per dirgli «grazie»? Non comportiamoci in modo meschino. Amore con amor si paga.


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Quando un sacerdote vive la santa Messa come si deve — adorando, espiando, impetrando, rendendo grazie, identificandosi con Cristo — e insegna agli altri a fare del Sacrificio dell'Altare il centro e la radice della vita cristiana, dimostra realmente la grandezza incomparabile della sua vocazione, e cioè quel carattere che porta impresso e che non perderà per tutta l'eternità.

So che mi capite quando vi dico che, ben diversamente dal tipo di sacerdote a cui mi sto riferendo, bisogna considerare un fallimento — umano e cristiano — la condotta di taluni che si comportano come se dovessero chiedere scusa di essere ministri di Dio. Sono incorsi in una situazione disgraziata che li spinge ad abbandonare il ministero, a mimetizzarsi tra i laici, a cercare una seconda occupazione che un po' alla volta sostituisce quella propria della loro vocazione e della loro missione. Sovente, nel rifuggire dal lavoro inerente alla cura spirituale delle anime, tendono a sostituirlo con interventi nei campi d'azione propri dei laici — nelle iniziative a carattere sociale, nella politica — e appare così il fenomeno del «clericalismo», autentica patologia della vera missione sacerdotale.


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Non voglio concludere con questa nota amara, che potrebbe sembrare pessimistica. Nella Chiesa di Dio l'autentico sacerdozio cristiano non è affatto scomparso; la dottrina è immutabile, quella stessa insegnata dalle labbra divine di Gesù. Sono molte migliaia i sacerdoti che, in tutto il mondo, senza spettacolo, la osservano con piena corrispondenza, senza cadere nella tentazione di mandare in rovina un tesoro di santità e di grazia che la Chiesa ha portato con sé fin dal principio.

Gusto la dignità e il garbo umano e soprannaturale di questi miei fratelli sparsi su tutta la terra. Già ora è un'esigenza di giustizia che si sentano circondati dall'amicizia, dall'aiuto e dall'affetto di molti cristiani. Quando poi giunga il loro momento di presentarsi davanti a Dio, Gesù stesso andrà loro incontro e li glorificherà eternamente perché, nel tempo, agirono in suo nome e in sua Persona, distribuendo generosamente la grazia di cui erano amministratori.

Torniamo di nuovo, con il pensiero, ai membri dell'Opus Dei che saranno sacerdoti la prossima estate. Non cessate di pregare per loro perché siano sempre dei sacerdoti fedeli, devoti, dotti, abnegati; e sempre lieti! Raccomandateli specialmente a Maria Santissima, che fa splendere più viva la sua sollecitudine materna verso coloro che impegnano tutta la vita a servire da vicino suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore, Sacerdote Eterno.

Facendo così troveremo — accanto alla Croce — Maria Santissima, Madre di Dio e Madre nostra. Guidati dalla sua mano benedetta giungeremo fino a Gesù e, per mezzo di Lui, al Padre, nello Spirito Santo.


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