Josemaría Escrivá Obras
 
 
 
 
 
 
  Amici di Dio > Il rapporto con Dio > Cap. 9
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La Domenica in albis mi riporta alla memoria un'antica e pia tradizione della mia terra. Nel giorno in cui la liturgia invita a desiderare l'alimento spirituale — razionabile, sine dolo lac concupiscite (1 Pt 2, 2 [Introito della Messa]), bramate il puro latte spirituale —, un tempo c'era l'usanza di portare la santa Comunione ai malati — non soltanto ai più gravi —, perché potessero compiere il precetto pasquale.

Nelle città più grandi, ogni parrocchia organizzava una processione eucaristica. Ero allora studente universitario, e ricordo che era normale che si incrociassero, in una piazza del centro di Saragozza, anche tre di quei cortei, tutti formati di soli uomini — migliaia di uomini — con grandi ceri accesi. Gente forte, che accompagnava Gesù Sacramentato con una fede più grande ancora di quei grossi ceri che pesavano vari chili.

La notte scorsa, le varie volte che mi sono svegliato, ho ripetuto, come giaculatoria: quasi modo geniti infantes (1 Pt 2, 2), come bambini appena nati... Pensavo che questo invito della Chiesa si adatta molto bene a tutti noi che sentiamo la realtà della filiazione divina. Perché, se conviene essere molto forti, tenaci e ben temprati per potere influire nell'ambiente in cui ci troviamo, tuttavia è cosa davvero buona che, davanti a Dio, ci consideriamo sempre alla stregua di figli neonati.

Quasi modo geniti infantes, razionabile, sine dolo lac concupiscite (1 Pt 2, 2), come bambini appena venuti al mondo, bramate il latte limpido e puro dello spirito. È stupendo questo versetto di san Pietro, e capisco bene perché la liturgia abbia aggiunto subito dopo: exsultate Deo adiutori nostro, iubilate Deo Iacob (Sal 80, 2 [Introito della Messa]); esultate in Dio nostra forza, acclamate al Dio di Giacobbe, che è anche nostro Signore e nostro Padre. Preferisco pertanto che oggi voi e io meditiamo, più che sul santo Sacramento dell'Altare, che strappa al nostro cuore le lodi più elevate per Gesù, sulla certezza della filiazione divina, fermandoci a considerare anche alcune delle sue conseguenze per coloro che vogliono vivere con nobile impegno la fede cristiana.


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Per motivi che non occorre ricordare — ma che ben conosce Gesù, che ci presiede dal Tabernacolo —, la vita mi ha condotto a sapere in modo tutto particolare di essere figlio di Dio, e ad assaporare la gioia di mettermi nel cuore di mio Padre, per rettificare, per purificarmi, per servirlo, per comprendere e scusare tutti, sul fondamento del suo amore e della mia umiliazione.

Per questo desidero ora insistere sulla necessità per voi e per me di scuoterci, di ridestarci dal sonno molle che tanto facilmente ci intorpidisce, per tornare a percepire in modo più profondo e più immediato la nostra condizione di figli di Dio.

L'esempio di Gesù e il suo peregrinare lungo le strade di Palestina ci aiutano a farci compenetrare da codesta verità. Se accettiamo la testimonianza degli uomini — leggiamo nell'Epistola —, la testimonianza di Dio è maggiore (1 Gv 5, 9). In che consiste la testimonianza di Dio? La risposta è ancora in san Giovanni: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (...) Carissimi, noi fin da ora siamo figli di Dio (1 Gv 3, 1-2).

Nel corso degli anni, ho cercato senza cedimenti di fondarmi su questa gioiosa realtà. La mia orazione, in ogni circostanza, è stata la stessa, pur con toni differenti. Gli ho detto: «Signore, Tu mi hai messo qui; Tu mi hai confidato questa o quella cosa e io confido in Te. So che sei mio Padre e ho sempre visto i piccoli fidarsi pienamente dei loro genitori». L'esperienza sacerdotale mi conferma che l'abbandono nelle mani di Dio spinge le anime ad acquistare una pietà forte, profonda e serena che incoraggia a lavorare sempre con rettitudine di intenzione.


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Quasi modo geniti infantes... Con molta gioia ho diffuso ovunque quella mentalità di figli piccoli di Dio che ci fa gustare queste parole, accolte anch'esse nella liturgia della Messa: Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo (1 Gv 5, 4), supera le difficoltà, raggiunge la vittoria nella grande battaglia per la pace delle anime e della società.

La nostra saggezza e la nostra forza si fondano proprio sulla convinzione della nostra piccolezza, del nostro nulla davanti a Dio; tuttavia è Lui che ci spinge, al tempo stesso, a muoverci con fiduciosa sicurezza e a predicare Gesù Cristo, il suo Figlio Unigenito, nonostante i nostri errori e le nostre miserie, purché non manchi mai, accanto alla debolezza, la lotta per superarla.

Mi avete sentito ripetere spesso il consiglio della Sacra Scrittura: discite benefacere (Is 1, 17), imparate a fare il bene, perché non c'è dubbio che dobbiamo imparare e insegnare a fare il bene. Dobbiamo cominciare da noi stessi, impegnandoci a scoprire qual è il bene da desiderare per ciascuno di noi, per ciascuno dei nostri amici, per ogni persona. Non conosco via migliore per considerare la grandezza di Dio: imparare a servire avendo sempre presente il fatto ineffabile e semplice che Egli è nostro Padre e noi siamo suoi figli.


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Fissiamo di nuovo gli occhi sul Maestro. In questo momento forse anche tu senti il rimprovero rivolto a Tommaso: Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente (Gv 20, 27); e, come l'Apostolo, farai prorompere dalla tua anima, con sincera contrizione, il grido: Mio Signore e mio Dio! (Gv 20, 28), ti riconosco definitivamente come Maestro, e ormai per sempre — col tuo aiuto — farò tesoro dei tuoi insegnamenti e mi sforzerò di seguirli con lealtà.

Addentrandoci nelle pagine del Vangelo, riviviamo la scena in cui Gesù si è ritirato in orazione e i discepoli sono vicino a Lui, forse contemplandolo. Quando ebbe terminato, uno di loro si decise a chiedergli: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome...» (Lc 11, 1-2).

Notate quanto è sorprendente la risposta: i discepoli convivono con Gesù e, nel corso delle loro conversazioni, il Signore insegna come devono pregare; rivela il grande segreto della misericordia divina: siamo figli di Dio e possiamo intrattenerci fiduciosamente con Lui, come il figlio che conversa con suo padre.

Quando vedo come taluni impostano la vita di pietà, il rapporto del cristiano con il Signore, presentandone un'immagine sgradevole, astratta, esteriore, infarcita di cantilene senz'anima che favoriscono l'anonimato invece del colloquio personale, a tu per tu, con Dio nostro Padre — l'autentica orazione vocale non è mai anonimato —, mi torna alla mente l'ammonimento del Signore: Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate (Mt 6, 7-8). Un Padre della Chiesa commenta: Mi sembra che con queste parole Cristo condanni le lunghe preghiere; lunghe, non per la loro durata, ma per la moltitudine delle parole, per l'infinità dei discorsi. (...) Quando Gesù ci propone l'esempio di quella vedova che piegò, con l'insistenza delle sue preghiere, quel giudice crudele e spietato (cfr Lc 18, 1-8), oppure quello dell'uomo che andò a trovare il suo amico nel mezzo della notte e lo fece alzare dal letto quando già era addormentato, non tanto per effetto dell'amicizia quanto per la sua insistenza (cfr Lc 11, 5-8), vuol dare a noi tutti un comando: noi dobbiamo, cioè, supplicarlo continuamente, non offrendogli una preghiera lunga, fatta di mille parole, ma esponendogli semplicemente le nostre necessità (SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, In Matthaeum homiliae, 19, 4[PG 57, 278]).

In ogni caso, se avete cominciato la vostra meditazione e non riuscite a concentrare l'attenzione per conversare con Dio, ma vi sentite aridi e vi sembra che la testa non sia capace di esprimere neppure un'idea, o i vostri affetti rimangono insensibili, vi consiglio quello che io stesso ho cercato di fare sempre in tali circostanze: mettetevi alla presenza di vostro Padre e ditegli almeno: «Signore, non so pregare, non mi viene in mente nulla da raccontarti!...». Siate sicuri che in quello stesso istante avete incominciato a fare orazione.


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La devozione che nasce dalla filiazione divina è un atteggiamento profondo dell'anima, che finisce per informare tutta l'esistenza: è presente in tutti i pensieri, in tutti i desideri, in tutti gli affetti. Non avete visto che in famiglia i figli, pur senza rendersene conto, imitano i genitori, ne ripetono i gesti, le abitudini, e concordano con loro in tanti atteggiamenti?

Lo stesso succede nel comportamento di un buon figlio di Dio: si arriva — senza sapere come, né per quale via — a un meraviglioso deificarsi, che ci permette di inquadrare gli avvenimenti col rilievo soprannaturale della fede; si arriva ad amare tutti gli uomini come li ama il nostro Padre del Cielo e — cosa ancora più importante — si acquista nuovo brio nel nostro sforzo quotidiano di avvicinarci al Signore. Non contano le miserie — ripeto — perché ci sono le braccia amorose di Dio nostro Padre per rialzarci.

Se ci pensate, è cosa ben diversa che cada un bambino o che cada un adulto. Per i bambini, la caduta generalmente è senza conseguenze: vanno in terra tanto spesso! E se poi sono lacrime, il padre dice: «Gli uomini non piangono». Così si chiude l'incidente, perché il piccolo s'impegna a fare contento suo padre.

Guardate, invece, che cosa avviene quando perde l'equilibrio un adulto e cade lungo disteso per terra. Se non fosse la compassione a impedirlo, ci sarebbe da ridere. La caduta, inoltre, può avere conseguenze gravi e in un anziano può produrre una frattura fatale. Nella vita interiore è assai vantaggioso per noi tutti essere quasi modo geniti infantes, come quei piccoli che sembrano fatti di gomma, che sanno godere persino dei loro capitomboli, perché si rimettono subito in piedi per continuare le loro scorribande e perché hanno anche, se è necessario, il conforto dei genitori.

Se ci comportiamo come loro, gli inciampi e gli insuccessi — peraltro inevitabili — della vita interiore non sboccheranno mai nell'amarezza. Reagiremo col pentimento, ma senza sconforto, e col sorriso che sgorga, come acqua limpida, dalla gioia della nostra condizione di figli di Dio, figli del suo Amore di Padre, della sua grandezza, della sua sapienza infinita, della sua misericordia. Ho imparato, nei miei anni di servizio al Signore, ad essere figlio piccino di Dio. È ciò che chiedo a voi: siate quasi modo geniti infantes, bambini che desiderano la parola di Dio, il pane di Dio, l'alimento di Dio, la fortezza di Dio, per comportarvi d'ora innanzi come veri cristiani.


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Siate molto bambini! Quanto più piccoli, tanto meglio. Ve lo dice l'esperienza di questo sacerdote, che ha dovuto rialzarsi molte volte nel corso di questi trentasei anni — mi sembrano tanto brevi e tanto lunghi! — vissuti cercando di compiere un'esplicita Volontà di Dio. Una cosa mi ha sempre aiutato: essere rimasto bambino, continuare a rifugiarmi nel grembo di mia Madre e nel Cuore di Cristo, mio Signore.

Le grandi cadute, quelle che causano gravi devastazioni nell'anima, talvolta con effetti quasi irrimediabili, procedono sempre dalla superbia, dal credersi adulti, autosufficienti. In tali casi, prevale nella persona una sorta di incapacità di chiedere aiuto a chi lo può dare: non solo a Dio, ma anche all'amico, al sacerdote. E quella povera anima, isolata nella sua disgrazia, cade nel disorientamento, nel traviamento.

Preghiamo in questo momento Dio perché non voglia mai permettere che ci sentiamo soddisfatti, perché accresca in noi il desiderio del suo aiuto, della sua parola, del suo Pane, della sua consolazione, della sua fortezza: razionabile, sine dolo lac concupiscite; alimentate l'ansia, la bramosia di essere come bambini. Convincetevi che è il modo migliore di vincere la superbia. Persuadetevi che è l'unico rimedio perché il nostro modo di operare sia buono, grande, divino. In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 3).


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Mi ritorna ancora alla memoria quel ricordo di gioventù. Che grande manifestazione di fede! Mi sembra di udire ancora il canto liturgico, di respirare l'aroma dell'incenso, di vedere migliaia e migliaia di uomini, ciascuno col suo grande cero — che è come il simbolo della loro miseria —, ma con cuore di bambini, di creature che forse non osano alzare gli occhi al volto del loro padre. Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara l'avere abbandonato il Signore tuo Dio (Ger 2, 19). Rinnoviamo la ferma decisione di non allontanarci mai dal Signore per correre dietro alle cose della terra. Aumentiamo, con propositi concreti per la nostra condotta, la sete di Dio: come creature che riconoscono la propria indigenza e cercano, chiamano, incessantemente il Padre.

Ma ripeto: bisogna imparare a essere come bambini, bisogna imparare a essere figli di Dio. E, allo stesso tempo, bisogna comunicare agli altri questo atteggiamento che, in mezzo alle naturali debolezze, ci farà forti nella fede (1 Pt 5, 9), fecondi nelle opere e sicuri nel cammino; così, qualunque sia l'errore che possiamo commettere, anche il più disgustoso, non esiteremo a reagire, a ritornare sulla via maestra della filiazione divina che si conclude nelle braccia aperte, accoglienti, di Dio nostro Padre.

Chi di voi non ricorda le braccia del proprio padre? Forse non erano tanto indulgenti, dolci e delicate come quelle della madre. Ma quelle braccia robuste, forti, ci davano calore e sicurezza. Signore, grazie per quelle braccia rudi; grazie per quelle mani forti; grazie per quel cuore tenero e schietto. Stavo per dirti: grazie anche per i miei errori! No, perché Tu non li vuoi! Ma li comprendi, li scusi, li perdoni.

È questa la sapienza che Dio si attende da noi nel nostro rapporto con Lui; quasi una manifestazione di scienza matematica: riconoscere che siamo uno zero... Ma Dio nostro Padre ama ciascuno di noi così com'è. Io — che non sono altro che un povero uomo — amo ciascuno di voi così com'è; immaginatevi allora quale sarà l'Amore di Dio! A condizione di lottare, a condizione di impegnarci a dare alla vita l'orientamento dettato da una coscienza ben formata.


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Esaminate com'è la vostra vita di pietà e come dovrebbe essere, esaminate poi in quali punti determinati il vostro rapporto personale con Dio dovrebbe migliorare e, se mi avete capito, respingerete la tentazione di immaginare imprese irraggiungibili, perché avrete scoperto che il Signore si accontenta dell'offerta di piccole dimostrazioni d'amore in ogni momento.

Cerca di attenerti a un piano di vita, con costanza: alcuni minuti di orazione mentale, assistere alla santa Messa — ogni giorno se ti è possibile — e ricevere la Comunione, ricorrere con regolarità al santo Sacramento del perdono — anche se la tua coscienza non ti accusa di peccato mortale —, la visita a Gesù nel Tabernacolo, la recita del santo Rosario con la contemplazione dei misteri, e tante altre pratiche stupende che già conosci o puoi imparare.

Non devono diventare norme rigide, compartimenti stagni; indicano un cammino duttile, adattato alla tua condizione di uomo che vive in mezzo al mondo, con un lavoro professionale intenso, con dei doveri e delle relazioni sociali: da non trascurare, perché proprio in quei compiti continui a incontrare il Signore. Il tuo piano di vita deve essere come un guanto di gomma che si adatta perfettamente alla mano che lo calza.

Non dimenticare che quello che conta non è fare molte cose; limitati a compiere, con generosità, quelle cose che puoi fare ogni giorno, sia che ne abbia o no la voglia. Quelle pratiche ti condurranno, quasi senza che te ne avveda, all'orazione contemplativa. Germoglieranno sempre di più dalla tua anima gli atti di amore, le giaculatorie, gli atti di ringraziamento e di riparazione, le comunioni spirituali. E tutto ciò mentre assolvi i tuoi obblighi: mentre prendi il telefono o sali su un mezzo di trasporto, mentre chiudi o apri una porta, quando passi davanti a una chiesa, quando inizi un nuovo compito, o mentre lo svolgi o quando lo concludi; farai tutto alla presenza di Dio tuo Padre.


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Cerca riposo nella filiazione divina. Dio è un padre pieno di tenerezza, di infinito amore. Chiamalo Padre molte volte al giorno e digli — da solo a solo, nel tuo cuore — che lo ami, che lo adori, che senti l'orgoglio — che ti riempie di forza — di essere suo figlio. Vivrai così un autentico programma di vita interiore che ha come perno quelle norme di pietà con Dio — poche, ripeto, ma costanti —, che ti permetteranno di acquisire i sentimenti e le maniere di un buon figlio.

Devo ancora metterti in guardia contro il pericolo dell'assuefazione — vera tomba della pietà —, che si presenta di frequente mascherata dall'ambizione di realizzare o intraprendere gesta importanti, mentre si trascura per comodità il dovere quotidiano. Quando avverti questa tentazione, mettiti sinceramente alla presenza del Signore: pensa se il tedio di dover lottare sempre sullo stesso punto non dipende dal fatto di non avere cercato Dio; guarda se è venuta meno — per mancanza di generosità, di spirito di sacrificio — la perseveranza fedele nel lavoro. In questa situazione, le norme di pietà, le piccole mortificazioni, l'attività apostolica che non ottiene frutto immediato, ci appaiono tremendamente sterili. Siamo vuoti e forse cominciamo a sognare nuovi progetti, per far tacere la voce del nostro Padre del Cielo, che reclama lealtà totale. E, con l'anima ossessionata dalle cose grandi, lasciamo da parte la realtà più sicura, il cammino che senza dubbio ci conduce direttamente alla santità: segno certo che abbiamo perso la prospettiva soprannaturale, che è venuta meno la convinzione di essere bambini piccini, come pure la persuasione che nostro Padre opererebbe in noi meraviglie, se ricominciassimo con umiltà.


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Porto impresso nella mia mente fin da bambino il ricordo di certi segnali che, nelle montagne della mia terra, venivano piantati ai margini delle strade: si trattava di lunghi pali, generalmente dipinti di rosso, che colpivano la mia attenzione. Mi spiegarono che quando cade la neve e copre sentieri, campi e prati, boschi, rocce e dirupi, quelle aste risaltano come un riferimento sicuro, perché tutti rintraccino il cammino da seguire.

Nella vita interiore succede qualcosa di simile. Ci sono primavere ed estati, ma arrivano anche gli inverni, i giorni senza sole e le notti senza luna. Non possiamo permettere che il rapporto con Dio dipenda dal nostro umore, dai mutamenti del nostro carattere. Cadere in questa volubilità vuol dire egoismo, comodità: cose che non vanno d'accordo con l'amore.

Perciò, nei momenti di neve e di tormenta, alcune solide pratiche di pietà — per nulla sentimentali —, saldamente piantate e adattate alle circostanze di ciascuno, saranno come i pali dipinti di rosso che continuano a indicare la direzione, finché il Signore farà splendere di nuovo il sole. Allora si scioglierà il gelo e il cuore ritornerà a vibrare, acceso da un fuoco che in realtà non si è mai spento: era rimasto come brace nascosta dalla cenere, la cenere del tempo della prova, o quella di un periodo di minore impegno o di scarso sacrificio.


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Non vi nascondo che, nel corso degli anni, mi hanno avvicinato persone che con dolore mi hanno detto: «Padre, non so che cosa succede, ma mi sento stanco e freddo; la mia vita di pietà, prima tanto sicura e semplice, mi sembra divenuta una commedia...». A chi si trova in questa situazione e a tutti voi rispondo: «Una commedia? Benissimo! Il Signore sta giocando con noi, come un padre coi figli».

Si legge nella Scrittura: Ludens in orbe terrarum (Pro 8, 31), Dio si ricrea sul globo terrestre e non ci abbandona; infatti subito aggiunge: Deliciae meae esse cum filiis hominum (Pro 8, 31), ho posto le mie delizie tra i figli dell'uomo. Il Signore gioca con noi! Quando ci sembra di star facendo la commedia, perché ci sentiamo freddi, apatici; quando siamo annoiati e senza volontà; quando ci riesce difficile compiere il nostro dovere e raggiungere le mete spirituali che ci eravamo prefissi, è giunta l'ora di pensare che Dio gioca con noi e attende che gli rappresentiamo la nostra 'commedia' con bravura.

Non mi importa dirvi che il Signore, in certe occasioni, mi ha concesso molte grazie; di solito, però, vado contropelo. Seguo il mio piano, non perché mi attrae, ma perché devo farlo, per Amore. «Ma, Padre, si può fare la commedia con Dio? Non è ipocrisia?». Stai tranquillo: per te è venuto il momento di recitare una commedia umana davanti a uno spettatore divino. Persevera, perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo contemplano la tua commedia; fa' tutto per amor di Dio, per fargli piacere, anche se ti costa.

Che bella cosa essere giullare di Dio! Che cosa buona recitare la commedia per Amore, con sacrificio, senza cercare la soddisfazione personale, per piacere a Dio nostro Padre, che gioca con noi! Mettiti di fronte al Signore e confidagli: «Non ho nessuna voglia di fare la tal cosa, tuttavia la offrirò per Te». Poi falla davvero, anche se pensi che sia una commedia. Benedetta commedia! Ti assicuro che non è ipocrisia, perché gli ipocriti hanno bisogno di pubblico per la loro messinscena. Invece, gli spettatori della nostra commedia — lasciami ripetere — sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la Vergine santissima, san Giuseppe e tutti gli angeli e i santi del Cielo. La nostra vita interiore non racchiude in sé altro spettacolo che questo: Cristo che passa quasi in occulto (cfr Gv 7, 10), quasi nascosto.


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Iubilate Deo. Exsultate Deo adiutori nostro (Sal 80, 2 [Introito della Messa]), acclamate Dio, esultate in Dio nostra forza. Gesù mio, chi non lo comprende, non sa nulla di amore, né di peccato, né di miseria. Io sono un poveruomo, e conosco i peccati, gli amori e le miserie. Sapete che cosa significa essere innalzato fino al cuore di Dio? Comprendete che cosa vuol dire che un'anima si ponga faccia a faccia col Signore, gli apra il suo cuore, gli racconti i suoi crucci? Io mi lamento, per esempio, quando Egli chiama a sé persone giovani, che potrebbero amarlo e servirlo ancora molti anni sulla terra: è una cosa che non capisco. Ma sono gemiti pieni di fiducia, perché so che se mi allontanassi dalle braccia di Dio incespicherei immediatamente. Pertanto, mentre accetto i disegni del cielo, aggiungo subito, scandendo bene: «Sia fatta, si compia, sia lodata ed eternamente esaltata la giustissima e amabilissima Volontà di Dio su tutte le cose. Amen. Amen».

È questo il modo di comportarsi che ci insegna il Vangelo; è questa la sagacia santa e la fonte di efficacia per il lavoro apostolico; è questa la sorgente del nostro amore e della nostra pace di figli di Dio e il sentiero che ci conduce a trasmettere affetto e serenità agli uomini. Solo così potremo terminare i nostri giorni nell'Amore, dopo aver santificato il nostro lavoro e aver cercato in esso la felicità nascosta delle cose di Dio. Ci comporteremo con la santa facciatosta dei bambini e respingeremo la vergogna — l'ipocrisia — degli adulti, che hanno paura di tornare dal loro Padre, quando hanno sperimentato l'insuccesso di una caduta.

Termino col saluto del Signore che è raccolto nel santo Vangelo di oggi: Pax vobis! Pace a voi! (...) E i discepoli gioirono al vedere il Signore (Gv 20, 19-20), il Signore che ci conduce dal Padre.


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