Josemaría Escrivá Obras
 
 
 
 
 
 
  Amici di Dio > Vita di fede > Cap. 12
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Si sente dire, ogni tanto, che oggi i miracoli sono meno frequenti. Non sarà invece che oggi sono meno le anime che vivono vita di fede? Dio non può non mantenere la sua promessa: Chiedimi, e io ti darò le genti in eredità, e in dominio i confini della terra (Sal 2, 8). Il nostro Dio è la Verità, il fondamento di tutto quello che esiste: nulla si compie senza il suo volere onnipotente.

Come era nel principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli (Gloria al Padre). Il Signore non cambia: non ha bisogno di muoversi e correre dietro a cose che non possieda; Egli ha in sé tutto il movimento, tutta la bellezza, tutta la grandezza. Oggi come ieri. I cieli si dissolvono come fumo, la terra si logora come una veste... Ma la mia salvezza rimarrà in eterno, la mia giustizia non tramonterà (Is 51, 6).

Dio ha stabilito in Gesù Cristo una nuova ed eterna alleanza con gli uomini. Ha posto la sua onnipotenza al servizio della nostra salvezza. Se noi, sue creature, dubitiamo, se trepidiamo per mancanza di fede, dobbiamo riascoltare quello che Isaia annunciava nel nome del Signore: È forse la mia mano troppo corta per redimere oppure io non ho la forza per liberare? Ecco, con una minaccia prosciugo il mare, rendo i fiumi un deserto fino a far perire i loro pesci per mancanza d'acqua, e morire di sete gli altri loro esseri viventi. Rivesto i cieli a lutto, do loro un sacco per manto (Is 50, 2-3).


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La fede è una virtù soprannaturale che dispone la nostra intelligenza a dare assenso alle verità rivelate, a rispondere di sì a Cristo, a colui che ci ha fatto conoscere pienamente il disegno salvifico della Trinità Beatissima. Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della Maestà nell'alto dei cieli (Eb 1, 1-3).


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Vorrei che fosse Gesù a parlarci di fede, a darci lezioni di fede. Apriremo dunque il Nuovo Testamento per vivere con Lui alcuni momenti della sua vita. Egli infatti non rifuggì dall'istruire poco a poco i suoi discepoli, affinché si dedicassero con fiducia al compimento della Volontà del Padre. Impartisce loro la dottrina con le parole e con le opere.

Prendete il capitolo nono di san Giovanni: Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (Gv 9, 1-2). Quegli uomini, che pure sono così vicini a Gesù, pensano male di quel povero cieco. Non stupitevi, quindi, se nel volgere della vita, mentre servite la Chiesa, trovate dei discepoli del Signore che si comportano in modo simile con voi o con gli altri. Non deve importarvi e, come già il cieco, non dovete farci caso: abbandonatevi veramente nelle mani di Cristo. Egli non accusa, perdona; non condanna, assolve; non osserva con distacco l'infermità, ma applica il rimedio con sollecitudine divina.

Il Signore sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Siloe» (che significa 'inviato'). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva (Gv 9, 6-7).


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Che esempio di fede risoluta ci dà il cieco! Una fede viva, operante. Ti comporti anche tu allo stesso modo dinanzi ai precetti di Dio quando, come accade sovente, ti ritrovi cieco, quando nelle inquietudini dell'anima ti viene a mancare la luce? Che virtù conteneva quell'acqua per guarire gli occhi che ne erano bagnati? Sarebbe stato più logico applicare un collirio portentoso, una medicina preziosa, preparata nel laboratorio di un sapiente alchimista. Ma quell'uomo crede; esegue il comando divino e torna con gli occhi pieni di luce.

Parve utile all'Evangelista — commenta sant'Agostino — spiegare il significato del nome della piscina, facendo notare che vuol dire Inviato. Capite ora chi è l'Inviato. Se il Signore non ci fosse stato inviato, nessuno di noi sarebbe stato liberato dal peccato (SANT'AGOSTINO, In Ioannis Evangelium tractatus, 44, 2 [PL 35, 1714]). Dobbiamo credere con fede decisa in colui che ci salva, nel Medico divino che è stato inviato per risanarci. Dobbiamo credere tanto più fermamente quanto più grave o disperata è la malattia che ci affligge.


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Dobbiamo acquistare la misura divina delle cose, non perdendo mai il punto di vista soprannaturale e sapendo che Gesù si avvale anche delle nostre miserie per far risplendere la sua gloria. Pertanto, quando sentite serpeggiare nella vostra coscienza l'amor proprio, la stanchezza, lo scoraggiamento, il peso delle passioni, reagite con prontezza e ascoltate il Maestro; e non spaventatevi della triste realtà che vediamo in noi, perché le debolezze personali ci accompagneranno finché avremo vita.

È questo il cammino del cristiano. È palese la necessità di invocare senza tregua, con fede forte e umile: «Signore non fidarti di me. Io sì, mi fido di te». E nel presagire nell'anima l'amore, la compassione, la tenerezza con cui Cristo Gesù ci guarda — perché Lui non ci abbandona — comprenderemo in tutta la loro profondità le parole dell'Apostolo: Virtus in infirmitate perficitur (2 Cor 12, 9); confidando nel Signore, nonostante le nostre miserie — anzi, con le nostre miserie —, saremo fedeli a Dio nostro Padre; risplenderà il potere divino e ci sarà di sostegno nella nostra fragilità.


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Ora è Marco che ci narra la guarigione di un altro cieco: Mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare (Mc 10, 46). Sentendo quel rumoreggiare di folla, il cieco domanda: «Che succede?». Gli rispondono: «È Gesù di Nazaret», e allora gli si accese tanto l'anima di fede in Cristo, che gridò: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Mc 10, 47).

Non viene voglia di gridare anche a te, che te ne stai immobile sul ciglio della strada, la strada della vita — così breve! —, a te che non hai luce; a te che hai bisogno di nuova grazia per deciderti a cercare la santità? Non ti senti spinto a gridare: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me»? Che bella giaculatoria, da ripetere frequentemente!

Vi consiglio di meditare con calma gli istanti che precedono il prodigio, per incidere bene nella vostra mente un'idea precisa: quanto sono diversi i nostri poveri cuori a paragone del cuore misericordioso di Gesù! Un'idea che vi sarà sempre utile, specialmente nell'ora della prova, della tentazione, ma anche quando occorre dare una risposta generosa nelle occupazioni ordinarie e nelle occasioni eroiche.

Molti lo sgridavano per farlo tacere (Mc 10, 48). Come è accaduto a te quando hai avuto la sensazione che Gesù ti passava accanto. Il cuore batteva forte dentro di te, e anche tu ti sei messo a gridare, scosso da un'intima inquietudine. E amici, abitudini, comodità, ambiente..., tutti ti consigliavano: «Taci, non gridare! Perché chiamare Gesù? Non lo scomodare!».

Ma il povero Bartimeo non dava retta, insisteva anzi con più energia: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Il Signore, che lo aveva udito fin dal primo momento, lo lasciò perseverare nella sua preghiera. Come fa con te. Gesù sente la prima invocazione della nostra anima, ma aspetta. Ci vuole convinti di aver bisogno di Lui; ci vuole insistenti nella preghiera, testardi, come quel cieco fermo lungo la via che usciva da Gerico. Imitiamolo. Anche se Dio non ci concede subito quello che chiediamo, anche se molti tentano di allontanarci dalla preghiera, non smettiamo di invocarlo (SAN GIOVANNI CrISOSTOMO, In Matthaeum homiliae, 66, 1 [PG 58, 626]).


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Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo». Alcuni tra i migliori che lo attorniavano dicono al cieco: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10, 49). È la vocazione cristiana! Però la chiamata di Dio non è una sola. Anzi, il Signore ci cerca ad ogni momento: «Alzati — ci dice — esci dalla tua pigrizia, dalla tua comodità, dai tuoi egoismi meschini, dai tuoi piccoli problemi senza importanza. Distàccati dalla terra, tu che te ne stai lì piatto, gretto, informe. Guadagna altezza, peso, volume e visione soprannaturale».

Quell'uomo, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù (Mc 10, 50). Buttò via il mantello! Non so se ti sei mai trovato in zona di guerra. A me è capitato, molti anni fa, di passare qualche volta sul campo di battaglia, a poche ore dalla fine di un combattimento; e lì, abbandonati sul suolo, c'erano coperte, borracce e zaini pieni di ricordi di famiglia: lettere e fotografie di persone care...! E non appartenevano agli sconfitti: erano dei vincitori! Tutte quelle cose costituivano un ingombro per correre più rapidamente a superare le postazioni nemiche. Come per Bartimeo, per correre dietro a Cristo.

Non dimenticare che per giungere fino a Cristo è necessario il sacrificio; gettare via tutto quello che ingombra, coperta, zaino, borraccia. È così che tu devi avanzare nella lotta per la gloria di Dio, in questa guerra d'amore e di pace con cui vogliamo estendere il regno di Cristo. Per servire la Chiesa, il Romano Pontefice e le anime, devi essere pronto a rinunciare a tutto quello che ingombra; a rimanere senza quella coperta che è riparo nelle notti rigide; senza quei cari ricordi di famiglia; senza il refrigerio dell'acqua. Lezione di fede, lezione d'amore. Perché Cristo va amato così.


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E subito comincia un dialogo divino, un dialogo meraviglioso, commovente e ardente, perché in questo momento tu e io siamo Bartimeo. Gesù muove le sue labbra divine e domanda: «Quid tibi vis faciam?, che vuoi che io ti faccia?» E il cieco a Lui: «Maestro che io veda!» (Mc 10, 51). È così logico!

E tu, vedi bene? Non ti è successo qualche volta come al cieco di Gerico? Non posso fare a meno di ricordare che, meditando molti anni fa questo passo, e presagendo che Gesù si attendeva da me qualche cosa — ma non sapevo quale — composi delle giaculatorie: Signore, che cosa vuoi? Che mi chiedi? Presentivo che mi cercava per qualcosa di nuovo, e la frase: «Rabboni, ut videam» — Maestro, che io veda — mi mosse a supplicare Cristo in continua orazione: Signore, si compia ciò che Tu mi chiedi.


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Pregate con me il Signore: Doce me facere voluntatem tuam, quia Deus meus es tu (Sal 142, 110), insegnami a compiere la tua volontà, perché tu sei il mio Dio. In breve, che le nostre labbra manifestino lo slancio sincero di corrispondere, con desiderio efficace, agli inviti del Creatore. Intanto ci sforziamo di seguire i suoi piani con fede incrollabile, convinti che Lui non può fallire.

Quando la Volontà divina la si ama così, si comprende che il valore della fede non consiste soltanto nella chiarezza con cui la si espone, ma nella risolutezza con cui la si difende per mezzo delle opere: e agiremo di conseguenza.

Ma torniamo alla scena che si svolge all'uscita di Gerico. Ora Cristo parla a te. Ti dice: «Che vuoi da me?». «Fa' che io veda, Signore, fa' che io veda!». E Gesù: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada (Mc 10, 52).

Seguire Gesù lungo la via. Tu hai compreso quello che il Signore ti proponeva e ti sei deciso ad accompagnarlo lungo la via. Cerchi di ricalcare le sue orme, di vestire le vesti di Cristo, di essere Cristo tu stesso: la tua fede, allora, fede nella luce che il Signore ti va comunicando, deve manifestarsi nelle opere e nel sacrificio. Non illuderti, non pensare di scoprire vie nuove. La fede che Egli ci esige è questa: tenere il suo passo con opere piene di generosità, strappando, allontanando da noi tutto quello che ingombra.


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Questa volta è Matteo che ci narra una scena commovente. Ed ecco una donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello (Mt 9, 20). Quanta umiltà! Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita» (Mt 9, 21). Non mancano mai infermi come Bartimeo che supplicano con grande fede, e non si vergognano di manifestarla a gran voce. Osservate però come lungo il cammino di Cristo non vi sono due anime uguali. Anche la fede di questa donna è grande; ma essa non grida: si avvicina senza farsi notare. Le basta toccare appena la veste di Gesù, ed è sicura che sarà guarita. Non appena lo ha fatto, il Signore si volge e la guarda. Egli sa già che cosa succede dentro quel cuore; ha sentito la sua sicurezza: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita» (Mt 9, 22).

Toccò delicatamente il lembo del mantello, si avvicinò con fede, credette e conobbe che era stata guarita... Se anche noi vogliamo essere salvati, tocchiamo con fede la veste di Cristo (SANT'AMBROGIO, Expositio Evangelii secundum Lucam, 6, 56, 58 [PL 15, 1682-1683]). Sei persuaso che la nostra fede deve essere una fede umile? Chi sei tu, chi sono io per meritare la chiamata di Cristo? Chi siamo noi per essere così vicini a Lui? Come a quella povera donna confusa tra la moltitudine, ha offerto anche a noi un'occasione. E non perché toccassimo appena la sua veste, perché sfiorassimo per un attimo l'orlo del suo mantello. Noi lo possediamo per intero. Si è dato a noi totalmente, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Ce ne alimentiamo ogni giorno, gli parliamo intimamente, come si parla al proprio padre, come si parla all'Amore. E tutto questo è proprio vero. Non è immaginazione.


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Cerchiamo di crescere in umiltà. Perché solo una fede umile permette di guardare le cose con visione soprannaturale. Non esistono altre vie. Sulla terra sono possibili solo due modi di vivere: o si vive vita soprannaturale o vita animale. Tu e io non possiamo vivere altra vita che quella di Dio, la vita soprannaturale. Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? (Mt 16, 26). Che giova all'uomo tutto quello che popola la terra, la soddisfazione di tutte le ambizioni dell'intelligenza e della volontà? Che valgono tutte insieme, se tutto finisce, se tutto crolla, se le ricchezze di questo mondo non sono che finzione, apparato scenico; se poi c'è l'eternità per sempre, per sempre, per sempre?

L'avverbio 'sempre' ha reso grande Teresa di Gesù. Quando, bambina, usciva con suo fratello Rodrigo dalle mura di Avila, attraverso la porta dell'Adaja, con l'intenzione di andare nella terra dei mori a farsi decapitare per Cristo, al fratello che si stancava del cammino sussurrava queste parole: «Per sempre, per sempre, per sempre» (SANTA TERESA D'AVILA, Autobiografia, 1, 6).

Gli uomini mentono quando dicono "per sempre" nelle cose temporali. È vero, di una verità totale, soltanto il "per sempre" rivolto a Dio; e tu devi vivere così, con una fede che ti aiuti a sentire sapore di miele, dolcezza di cielo, al pensiero dell'eternità che veramente è per sempre.


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Torniamo al santo Vangelo e soffermiamoci a considerare quello che riferisce san Matteo nel capitolo ventunesimo. Ci racconta che, rientrando al mattino in città, Gesù ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada vi si avvicinò (Mt 21, 18-19). Che gioia, Signore, vedere che hai fame, o vedere che hai sete, come al pozzo di Sicar! (cfr Gv 4, 7). Ti contemplo perfectus Deus, perfectus homo (Simbolo Quicumque): vero Dio, ma anche vero uomo, fatto di carne come la mia. Annientò se stesso prendendo forma di schiavo (Fil 2, 7), affinché io non dubitassi mai che mi comprende, che mi ama.

Ebbe fame. Quando ci stanchiamo — nel lavoro, nello studio, nell'impegno apostolico —, quando ci si restringe l'orizzonte, volgiamo gli occhi a Cristo: al Gesù buono, al Gesù stanco, al Gesù che ha fame e sete. Come ti fai capire bene, Signore! Come ti fai amare! Ti presenti a noi come uno di noi, uguale in tutto, eccetto il peccato: per farci toccare con mano che assieme a te potremo vincere le nostre cattive inclinazioni, le nostre colpe. Perché né fatica, né fame, né sete, né lacrime contano più... Cristo fu stanco, provò la fame, ebbe sete, pianse. Quello che conta è la lotta — lotta amabile, poiché il Signore resta sempre con noi — per compiere la volontà del Padre che è nei cieli (cfr Gv 4, 34).


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Si avvicina al fico: si avvicina a te e a me. Gesù ha fame e sete di anime. Sitio! Ho sete!, esclama dalla Croce (Gv 19, 28). Sete di noi, del nostro amore, delle nostre anime e di tutte le anime che dobbiamo condurre a Lui, lungo la via della Croce, che è la via dell'immortalità e della gloria del Cielo.

Si accostò al fico, ma vi trovò soltanto foglie (Mt 21, 19): una vergogna! È così anche nella nostra vita? Accade anche a noi, tristemente, che facciano difetto la fede e la vibrazione dell'umiltà, e non appaiano né sacrifici né opere? Che del cristiano ci sia solo la facciata ma non le opere? È da sgomentarsene, perché Gesù comanda: «Da te non nasca più frutto in eterno». E, nello stesso istante, il fico seccò (Mt 21, 19). Questo passo della Sacra Scrittura ci rattrista, ma al tempo stesso ci incoraggia a ravvivare la fede, a vivere secondo la fede, affinché Cristo raccolga sempre frutto da noi.

Non lasciamoci ingannare. Il Signore non dipende mai da quello che noi umanamente elaboriamo; per Lui i progetti più ambiziosi sono giochi di bambini. Egli vuole anime, vuole amore; vuole che tutti gli uomini giungano a godere in eterno del suo Regno. Dobbiamo lavorare molto sulla terra; e dobbiamo lavorare bene, perché è proprio il lavoro quotidiano che va santificato. Pertanto, non dimentichiamo mai di compierlo per Iddio. Se lo realizzassimo per noi stessi, per orgoglio, produrremmo soltanto fogliame: né Dio né gli uomini potrebbero raccogliere da un albero tanto frondoso un po' di dolcezza.


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I discepoli, vedendo il fico seccarsi, ne furono stupiti e dissero: «Come mai il fico si è istantaneamente seccato?» (Mt 21, 20). Quei primi dodici, pur avendo presenziato a tanti miracoli di Gesù, sono presi ancora una volta da stupore; la loro fede non era ancora ardente. Per questo il Signore dichiara: «In verità vi dico: se avete fede e non esitate, non solo farete ciò che ho fatto al fico, ma se dite a questa montagna: "Levati e gettati nel mare", così avverrà» (Mt 21, 21). Gesù Cristo pone questa condizione: vivere di fede per essere poi capaci di muovere le montagne. Sono tante le cose da rimuovere... nel mondo, ma innanzitutto nel nostro cuore. Tanti ostacoli alla grazia! Fede, quindi; fede operativa, fede disposta al sacrificio, fede umile. La fede ci trasforma in creature onnipotenti: «E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, l'otterrete» (Mt 21, 22).

L'uomo di fede sa giudicare rettamente le questioni terrene, sa che la vita quaggiù — come la definiva la Madre Teresa — è una brutta notte in una brutta locanda (SANTA TERESA D'AVILA, Cammino di perfezione, 40, 9 [70, 4]); ravviva la sua convinzione che l'esistenza terrena è tempo di lavoro e di lotta, tempo di purificazione per saldare alla giustizia divina il debito contratto coi nostri peccati; sa anche che i beni temporali non sono che mezzi, e li usa con generosità con eroismo.


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La fede non è soltanto da predicare, ma soprattutto da praticare. Spesso forse ci sentiremo mancare le forze. Ricorriamo allora ancora una volta al Vangelo e comportiamoci come il padre del ragazzo lunatico. Voleva la salvezza del figlio e sperava che Cristo lo avrebbe guarito, ma non riusciva a credere fino in fondo a tanta felicità. E Gesù, che sempre chiede fede, vedendo l'insicurezza di quell'anima, la esorta: «Se tu puoi credere, tutto è possibile per chi crede» (Mc 9, 23). Tutto è possibile: siamo onnipotenti! Purché vi sia fede. Quell'uomo si rende conto che la sua fede è insicura, teme che la sua poca fiducia impedisca al figlio di guarire. E piange. Non vergogniamoci di questo pianto: è frutto dell'amor di Dio, della preghiera contrita, dell'umiltà. Il padre del fanciullo rispose piangendo: «Signore io credo, ma tu aiuta la mia incredulità!» (Mc 9, 24).

Al termine di questa meditazione, siamo noi, ora, a dire quelle stesse parole. Signore, credo! Sono stato educato nella tua fede, ho deciso di seguirti da vicino. Ripetutamente, durante la mia vita, ho implorato la tua misericordia. Eppure, ripetutamente mi è parso impossibile che tu potessi operare tante meraviglie nel cuore dei tuoi figli. Signore, credo! Ma tu aiutami perché possa credere di più e meglio!

E rivolgiamo la nostra preghiera anche a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, Maestra di fede: Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore (Lc 1, 45).


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